Un po’ di storia

Chiesa

Chiesa Santa MArgherita

Sulla storia delle terre che ora formano il Comune di Santa Margherita di Staffora nei secoli successivi al crollo dell’Impero romano, possiamo trarre qualche idea pensando ai nomi di alcune località all’interno del territorio comunale, pur essendo consapevoli che è poca cosa e neanche certa. Proprio il nome Santa Margherita indica un culto per una santa venerata in molti luoghi della cristianità, soprattutto in Grecia. L’ipotesi che questo culto si sia diffuso durante le guerre gotiche e la dominazione bizantina nel VI secolo dopo Cristo o magari per il passaggio di mercanti, forse greci, in quei secoli così lontani, rimane un’ipotesi, appunto. Dai nomi dei luoghi, per quanto senza certezza, traiamo, per esempio, segni dell’invasione longobarda della penisola nel 558 dopo Cristo. Sala è sicuramente longobardo, infatti, dove il termine sala indicava la sala padronale nelle abitazioni signorili; Cegni e Cignolo ci riportano a luoghi di culto e di preghiera, le celle, in epoca longobarda, e poi franca. Inoltre, può essere segnalata la presenza a Casanova di Destra di una chiesa dedicata a San Michele, santo veneratissimo tra i longobardi, ma è pochissimo, come si può vedere. Per donazione della regina longobarda Teodolinda, il monaco Colombano, agli inizi del VII secolo, otteneva in dote le terre di Bobbio per fondare un monastero. L’importanza che questo luogo di culto assunse subito in termini anche politici ed economici fu degna della capacità che la Chiesa aveva nei secoli altomedievali di giocare un ruolo politico da protagonista, spesso al posto del debolissimo potere laico sempre in discussione tra invasioni, guerre e rivalità continue. L’espansione del monastero benedettino bobbiese fu precisa e mirata nel controllo delle valli tra la pianura padana e il mare, su tutte la Val Trebbia e l’alta Valle Staffora. Carlo Magno, re dei Franchi, invadeva l’Italia nel 774 e poneva fine al regno longobardo. L’invasione franca rimise in gioco il potere politico e giurisdizionale «pubblico». In alta Valle Staffora, nei secoli a cavallo del Mille, si aveva proprio un durissimo confronto tra il potere ecclesiastico, ora il monastero di Bobbio, ora il vescovo di Piacenza, ora il vescovo di Tortona, e il potere politico che via via cambiava con sempre più agguerriti rappresentanti laici del potere regale. Carlo Magno, infatti, aveva pensato di organizzare il suo vastissimo Impero frazionando il territorio in grandi aree amministrative affidate a persone di sua fiducia. Con i Franchi erano nate così le contee e le marche. I conti e i marchesi erano rappresentanti del sovrano che nel loro dominio amministravano la giustizia, riscuotevano le imposte, gestivano l’economia e avevano la responsabilità dell’apparato militare. I marchesi Malaspina, una grande consorteria divisa in rami vincolati da stretti legami di parentela, ottennero il controllo di una vasta area proprio concentrata tra le valli Staffora e la Lunigiana toscana. Seppero poi difendere la concessione imperiale delle terre nei secoli successivi lo smembramento dell’Impero carolingio, sfruttando abilmente la struttura in formazione e in consolidamento del sistema feudale, erodendo via via il vecchio assetto di potere, in cui la Chiesa, con i vescovati e i monasteri, aveva un ruolo primario, su tutti, ovviamente, Bobbio. Certo, il monastero bobbiese seppe mantenere le sue posizioni con abilità: in un diploma dell’Imperatore Ottone II del 872 il «castrum Sanctae Margheritae» fu riconfermato proprio al monastero, e questo voleva dire che in alta valle Staffora il potere era ancora conteso, e conteso aspramente. Lo sviluppo dei liberi comuni dopo il Mille, soprattutto nella pianura lombarda, aveva reso il controllo delle tratte commerciali la preoccupazione maggiore della politica nelle lotte tra l’Impero e le città che nel suo interno si mostravano sempre più attive e indipendenti e che si andavano organizzando come liberi comuni. Si noti come le terre malaspiniane racchiudessero un territorio immenso e strategicamente importantissimo per le vie di comunicazione che lo tagliavano, racchiudendo in poche vallate le vie di transito più dirette da praticare tra i porti della Liguria e la pianura padana, che vuol dire tra il Mediterraneo e il Nord Europa. I Malaspina seppero difendere il loro ruolo politico e militare in queste terre, sfruttando la necessità che l’Imperatore aveva di alleati fedeli nella lotta ai comuni, tanto che vennero premiati formalmente con l’investitura feudale sulle terre “storiche” malaspiniane di Obizzo Malaspina del 28 settembre 1164 da parte dell’Imperatore Federico I di Svevia. L’età degli imperatori svevi, vale a dire per il primo cinquantennio del XIII secolo, fu un ‘epoca di forza e splendore per la corti malaspiniane stafforine, che richiedeva, però, nuove formule, per essere mantenuta. Nel 1221 la consorteria malaspiniana trovò una soluzione, in una nuova organizzazione feudale del territorio, che fu così diviso: in Valle Staffora i Malaspina di Spino Secco (tranne Pregola), oltre l’Appennino quelli di Spino Fiorito. Possiamo cogliere da questa mossa l’emergere di una diversa lettura che i marchesi diedero su quale fosse la politica e la strategia migliore per la sopravvivenza dell’oramai troppo vasto marchesato. I marchesi Malaspina di Valle Staffora capirono che per il loro potere in valle era opportuna una politica sostanzialmente di lealtà imperiale, che proteggesse i loro interessi, soprattutto dalle mire espansionistiche di Pavia. Questa città, protagonista, infatti, nella lotta tra Impero e comuni, si era schierata strategicamente a fianco dell’Imperatore contro Milano e contro quella Lega Lombarda che univa i liberi comuni nella lotta all’Impero e riscuoteva molte simpatie persino nei Malaspina di Spino Fiorito d’oltre Appennino. Sotto le ali dell’Impero, i Malaspina stafforini e Pavia avevano trovato un equilibrio, ma la sconfitta a Bologna del 1266 di Manfredi, figlio dell’Imperatore Federico II che nel 1220 aveva riaffermato le prerogative e i feudi malaspiniani della Valle Staffora, segnò proprio la fine di un equilibrio e mise in difficoltà tutti i fiancheggiatori dell’Imperatore. I tempi nuovi fecero nascere, tra i rami della famiglia Malaspina in Valle Staffora, strategie differenziate, tanto che fu necessario una nuova riorganizzazione all’interno dei possessi malaspiniani stafforini. Così nel 1275, i possessi in valle venivano divisi in marchesati autonomi: a Sud, il marchesato di Pregola che comprendeva Bobbio e le terre della Val Trebbia; poi il marchesato di Varzi, che comprendeva Menconico, Pietragavina e la nostra Santa Margherita; poi il marchesato di Godiasco, con Pozzol Groppo e Cella. A proposito di Santa Margherita, inserita nel marchesato varzese, si parlerà di feudo imperiale di Monteforte, Bosmenso, Pietragavina e Santa Margherita. Era un feudo imperiale, quindi, concesso direttamente dall’Imperatore, e questo è un dato importante che riprenderemo più avanti. Si ricordi, inoltre, che i marchesi di Varzi si definiranno, d’ora in poi, marchesi di Varzi e Santa Margherita. Nonostante la sconfitta imperiale sveva, dicevamo, i Malaspina riuscirono a ricontrattare il loro potere nei rapporti con i comuni e con Pavia, soprattutto. Del resto bastava sfruttare la rete di forti e castelli che i Malaspina avevano costruito in valle Staffora. Questa rete militare e una discreta armonia interna alla consorteria erano ancora efficaci e al comune di Pavia i Malaspina strapparono concessioni enormi. A partire dal XIII secolo la Valle Staffora era diventata, infatti, la via privilegiata verso Genova. Si arrivava a Varzi fino a Casanova, poi fino a Casale; il passo del Giovà, tra i monti Chiappo e Lesima era un bivio: o si andava per Zerba e si entrava in val Trebbia o si proseguiva per le Capanne di Cosola. In questo caso, in direzione di Cabella, poco prima, a Sud, si innestava la strada per Carrega e le Capanne di Carrega, tra i monti Carmo e Antola. Si arrivava a Torriglia e poi, attraverso il passo della Scoffera, a Genova. Nel 1284 Pavia rese obbligatorio il passaggio della Valle Staffora, quindi questo itinerario, a tutti i commercianti pavesi verso Genova: l’idea pavese era di garantirsi una strada “propria” verso il mare, quindi l’accordo con i Malaspina era necessario. Varzi, grazie al patto sulla tratta obbligatoria, diventava un centro importantissimo e ne trasse beneficio, ampliandosi e strutturandosi come borgo – in buona parte conservato, lo ammiriamo ancora oggi – centro di traffico e di affari. Questo momento di espansione e di potere, comunque, non era destinato a durare. L’età dei liberi comuni stava passando per sempre: all’interno delle città alcune famiglie riuscirono a impadronirsi del potere a discapito di altre, trasformando le città in staterelli accentrati e agguerriti. Era sempre più chiaro che la Valle Staffora entrava nell’interesse di Milano, tanto che anche il fronte malaspiniano mostrò delle crepe, con gli irrequieti Malaspina di Godiasco – ovviamente loro – che furono tentati di giocare la carta francese. Nel 1514, infatti, il marchese Bernabò di Godiasco, più avventuriero che politico, simbolo dell’avventatezza godiaschese, si buttò in una serie di mirabolanti imprese di disturbo dell’Imperatore Massimiliano, con inseguimenti, fughe notturne e altre intrepidezze spettacolari, tanto che finì eroicamente e miseramente squartato da cavalli da tiro in piazza Duomo, a Voghera. La scelta di Bernabò poteva costare caro al potere malaspiniano in valle: le disgrazie di Bernabò avevano solleticato le mire di Tortona, che non ci pensò due volte a prendersi Pozzol Groppo. La sonora sconfitta francese a Pavia nel 1525 fu un terremoto che concesse Milano all’Impero e rimise in gioco gli Sforza, che ridivennero signori di Milano fino al 1535, in un’orbita sostanzialmente filoimperiale. Le conseguenze per il fronte filofrancese furono drammatiche. I Fieschi persero la loro partita per il controllo della Valle Staffora e furono ricacciati a Sud di Santa Margherita, mentre gli Sforza rientrarono con forza in valle Staffora: lasciavano Pozzol Groppo, ripreso a Tortona, ai Malaspina, ma prendevano da subito il castello di Cella e mettevano le mani, fatto importantissimo, su Menconico, il solito preziosissimo “cavallo di Troia” milanese nel marchesato di Varzi e Santa Margherita. Di li a poco, la svolta: con una mossa imprevedibile, gli Sforza, quindi Milano, si prendevano tutto il marchesato, donato dai Malaspina stessi “spontaneamente”. Come possiamo leggere questa “spontaneità”? I Malaspina si ritiravano a Santa Margherita e rinunciavano al titolo di marchesi di Varzi per quello di marchesi di Santa Margherita. Perchè? Perchè potevano sfruttare fino in fondo, così, il fatto che l’investitura di quel feudo venisse direttamente dall’Imperatore, come abbiamo già sottolineato. Tenersi Santa Margherita voleva dire usare quel feudo come base di fatto e di diritto per la rivendicazione e legittimazione del loro potere su tutto il marchesato di Varzi. La cessione “spontanea” fu un’abile mossa strategica in attesa di tempi migliori. I Malaspina, possiamo dire, non si diedero mai per vinti e dimostrarono tenacia politica e diplomatica, contestando in ogni sede la legittimità di molte concessioni feudali agli Sforza. Con il passaggio del Ducato di Milano alla Spagna nel 1559, complice l’arrivo del secolo barocco e il mutar dei tempi, dove la sottigliezza reticente e la “dissimulazione onesta” erano viste come somme virtù, la tattica malaspiniana cambia un’altra volta, meno esposta, più diplomatica. Nel 1604 i marchesi Malaspina di Varzi e di Santa Margherita rinunciavano formalmente alle giurisdizioni feudali che erano a loro rimaste su tutto il marchesato – non potevano far diversamente di fronte al potere spagnolo a Milano – ritagliandosi, però, di fatto, il diritto di esazione dei dazi, i diritti sui mulini e i forni, i diritti di caccia e di pesca. La capitolazione «formale» verso Milano fu totale, dopo secoli di lotte, ma parecchie delle prebende strettamente economiche, il contenuto reale delle concessioni feudali, cioè, seppero tenerli, mantenendo un peso non indifferente nelle vicende del marchesato di Varzi e Santa Margherita. Inoltre, quelle concessioni era scritto nero su bianco come non fossero trasmissibili agli eredi. La famiglia Malaspina della Valle Staffora, di Pregola, Varzi, Santa Margherita e Godiasco, in età moderna, dopo il tramonto dei secoli d’oro del loro potere, ha sempre saputo ritagliarsi – possiamo concludere – uno spazio di manovra, abbracciando nelle diverse congiunture storiche una politica sostanzialmente filoimperiale, che voleva dire accettare il potere di Milano e di chi in quel momento la dominasse. In questa politica, fondamentale erano Santa Margherita e Pregola: questi castelli proteggevano da Sud questa strategia saggiamente orientata verso Milano. Chi aveva Pregola aveva il passo del Brallo, chi aveva Santa Margherita controllava il passo del Giovà. Santa Margherita proteggeva la politica malaspiniana, soprattutto contro la minaccia di Genova e le sue famiglie, su tutte i Fieschi – lo abbiamo visto – che in epoca sforzesca si diedero un gran daffare per sfondare a Nord ed erano saldamente sistemati oltre le Capanne di Cosola. Il controllo militare e politico di Casale e Casanova, tappe obbligate della tratta verso il Tirreno, era essenziale per l’assetto di potere malaspiniano.

Santa Margherita di Staffora

Torre Malaspina

La consorteria dei Malaspina, al di là delle diverse scelte contingenti, seppe leggere con acume le possibilità delle terre dell’alta Staffora e seppe trarre vantaggio dal bisogno che Milano aveva di non essere schiacciato dall’intraprendenza di nuovi protagonisti sulla scena padana, su tutti gli emergenti Savoia che, orientati a una politica sempre più attiva in Italia, premevano da Ovest e proponevano magari vie diverse e alternative tra il Nord Europa e il mare. Arriveranno i Savoia, dopo che si saranno liberati dall’orbita francese, autonomi e intraprendenti, un giorno, e inevitabilmente proprio da Ovest. Il ducato di Milano, con tutte le terre pavesi, vogheresi e malaspiniane, rimarrà alla Spagna fino al 1713, quando divenne austriaco. Con il 1743, però, la svolta. Con il trattato di Worms del 13 settembre di quell’anno Maria Teresa, imperatrice d’Austria, cedeva al Re di Sardegna Carlo Emanuele III il Siccomario, il Vogherese e le langhe dei Malaspina, ossia le terre dei marchesati, con la nostra Santa Margherita. La lotta della Lombardia milanese, stretta tra il Piemonte e il Veneto subiva un drastico ridimensionamento, tutto a vantaggio del “vento dell’Ovest” sabaudo. Salta all’occhio subito che Pavia e Milano perdevano dopo secoli le terre a Sud del Po, l’Oltrepò, insomma. La pace di Aquisgrana del 1748, che concluse la guerra di successione austriaca, confermò l’Oltrepò al Piemonte. Il porto di Genova era per gli austriaci sempre meno vicino e questo bloccava molte scelte sulle vie commerciali da tenere. Il colpo inferto all’Austria con la perdita dell’Oltrepò stava nell’aver reso incerto lo sbocco al mare di Milano. L’Oltrepò allora, con la conquista piemontese, ribadisce il suo essere, nel panorama economico e politico, terra di confine e di transito fondamentale. L’importanza della conquista piemontese dell’Oltrepò si rispecchiava nel nuovo assetto amministrativo che veniva dato alle terre oltrepadane. Nasceva un’autonoma provincia di Voghera, dove venivano riconosciuti il potere vogherese sulla pianura e bobbiese sulla montagna. Ancora nel 1775, all’interno della provincia, infatti, abbiamo il distretto di Voghera, di Bobbio e del Siccomario, fino al 1789, quando vediamo i primi passi di un’evoluzione che sarà la costante degli anni successivi, ossia l’ampliamento dell’influenza della pianura che andava ad erodere il ruolo di Bobbio, via via sempre più emarginato a vantaggio di Varzi. Si parla ora, infatti, di tre cantoni: Voghera, Broni e Varzi, che veniva a comprendere Bobbio. Tra Bobbio e Voghera ritornava Varzi, dunque, come centro chiave della montagna. Con l’arrivo dei Savoia, la potenza malaspiniana, che tanto resse nei secoli ogni tipo di attacco e di pressione, cadeva sotto i colpi della modernità. Nel 1752 Vittorio Emanuele I chiese ai Malaspina la restituzione delle prerogative giurisdizionali legati alle terre avute in concessione feudale. Potevano avere i marchesi terre in forma di proprietà privata, se volevano; ma il potere di amministrazione, l’esazione delle tasse, i diritti di caccia e pesca andavano al nuovo Re, allo stato, ora sempre più inteso in senso moderno. I tempi erano cambiati. I castelli non potevano più intimidire gli eserciti nazionali. La calata di Napoleone in Italia nel 1796, da ultimo, segnò una rottura fortissima. Lamodernità arrivò sotto forma di armate ben organizzate, arrivò sotto forma di idee nuove dalla Francia rivoluzionaria, e tutto questo arrivò anche fin a Santa Margherita. Proprio da queste terre impervie partì un anacronistico e romantico rifiuto a Napoleone invasore e a tutto ciò che il Bonaparte rappresentava. Arrivati i Francesi a Piacenza, quello che sarà l’ultimo marchese di Santa Margherita, Giuseppe Malaspina, pensò di armare oppositori ai francesi tra i suoi valligiani e scendere su Voghera, aiutato da ufficiali austriaci. Non ebbe il tempo di fare alcunché. Bonaparte reagì con prontezza, tanto che mandò una guarnigione a Santa Margherita per espugnare il castello e ridurre il marchese alla ragione. Giuseppe riuscì a fuggire dal castello a Venezia e poi in Austria, dove morì nel 1821. La potenza politica malaspiniana era finita. Fu per l’iniziativa – si noti – di uno di Santa Margherita, terra che tanto diede al potere dei Malaspina – emblematicamente – a cercare di fermare un’era nuova, che si intuiva sconvolgitrice dei vecchi assetti, del vecchio mondo, delle vecchie consuetudini che si perdevano nei secoli. Il fallimento del progetto controrivoluzionario, anacronistico e folle di Giuseppe Malaspina da Santa Margherita è una melanconica parola fine su più di mille anni di storia. Per l’Oltrepò, l’energica parentesi napoleonica ribadiva il taglio netto del Po come confine. Con un editto pubblicato il 21 febbraio 1801 l’antica provincia d’Oltrepò veniva aggregata alla Repubblica Francese. Santa Margherita veniva inserita nel Dipartimento di Marengo, con Voghera e tutte le terre d’Oltrepò già sarde, terre che nel riordino amministrativo voluto da Napoleone del 1805 entravano tutte nel dipartimento di Genova. Con la Restaurazione, la provincia di Voghera perdeva il Bobbiese, che faceva provincia a se. Santa Margherita veniva inserita nella nuova provincia bobbiese, nel mandamento di Varzi. Questa provincia, divisa nei mandamenti di Bobbio, Ottone e Varzi, oltre le terre della Val Trebbia, prendeva tutta l’alta valle Staffora, fino a Val di Nizza, Zavattarello e Ruino. Si presti attenzione su cosa si intende quando si parla di bobbiese, quindi. Il crinale da Godiasco a Fortunago, per la costa dei Cavalieri a Valverde, Ruino e Zavattarello era considerata una forte cesura che si era creata sull’impronta dei vecchi i marchesati malaspiniani di Godiasco e Varzi. Nessuno ora chiamerebbe bobbiese la valle Staffora dopo Godiasco; per secoli fu così, invece. Si notino i nome di Sant’Albano di Bobbio (ora Sant’Albano, località nel comune di Val di Nizza), Cella di Bobbio, (ora Cella di Varzi, località nel comune di Varzi) e, soprattutto, Santa Margherita di Bobbio, la nostra Santa Margherita. Alla fine della seconda guerra d’indipendenza nel 1859, raggiunta l’Unità italiana, vennero istituite le province secondo l’accezione moderna, in una forma di decentramento dell’attività amministrativa dello stato centralizzato, con la legge 23 ottobre 1859, legge che divenne valida per il nuovo regno d’Italia il 17 marzo 1861. La legge del ‘59 ricompattava le antiche terre pavesi al di qua e al di là del Po. Scomparivano le province di Voghera e di Bobbio. La provincia era di Pavia. Essendo stata soppressa la provincia di Bobbio, il circondario di Voghera inglobava i mandamenti della vecchia provincia di Bobbio e abbiamo i mandamenti di Godiasco, Varzi, Zavattarello e Bobbio, che assorbiva il mandamento di Ottone. Santa Margherita di Bobbio veniva inserita nel mandamento di Varzi, con Bagnaria, Cella di Bobbio, Menconico, Sagliano Crenna e Val di Nizza. L’isolamento di Bobbio dal contesto amministrativo pavese era, però, un dato di fatto, perchè Bobbio pagava la sua posizione isolata. Nella razionalizzazione delle strade e dei trasporti che avveniva sempre più rapidamente, infatti, la tendenza era di escludere le tratte che non fossero fruibili con la nuova tecnologia e solo nel 1852 veniva inaugurata la strada tra Varzi e Bobbio attraverso il Penice. Addirittura la strada carrozzabile del passo del Brallo tra la valle Staffora e la val Trebbia venne pensata solo nel 1881 e, dopo lungaggini e tentennamenti, il cantiere era ancora aperto nei primi anni del ‘900. L’assetto del ‘59 fu comunque confermato dalla legge del 10 febbraio 1889, fino alla radicale riforma dell’amministrazione degli enti locali tra il 1923 e il 1926 che eliminò mandamenti e sottoprefetture e che venne sostanzialmente a modificare il rapporto tra enti locali, tra periferie e capoluoghi, con la scomparsa di antiche forme di autonomia impositiva e di amministrazione e che modellò quell’impianto amministrativo che sostanzialmente fino ad oggi conserviamo. Con un decreto dell’8 luglio 1923 la provincia di Pavia perdeva, inevitabilmente, Bobbio e tutte le terre in Val Trebbia; finiscono, inoltre, nella provincia di Piacenza anche Ruino, Romagnese e Zavattarello. Dopo insistenti lagnanze delle popolazioni che si ritenevano vessate da un provvedimento che le obbligava a varcare il Penice per le pratiche amministrative, la legge del 23 dicembre 1926 riassegnava questi tre paesi alla provincia di Pavia. Il Regio Decreto n° 663 del 28 marzo 1929 cambia nome al comune di Santa Margherita di Bobbio che diventa Santa Margherita di Staffora, aggregando a questo comune parte del territorio di Cella di Bobbio (ora di Varzi) e di Menconico. Compongono il comune di Santa Margherita di Staffora le località di Bersanino, Casanova Destra, Casanova Sinistra, Cignolo, Fego, Pianostano, Casale, Pian del Poggio, Cegni, Negruzzo, Vendemiassi, Sala, Massinigo, S.Margherita. La Repubblica Italiana non fa altro che riconoscere questo assetto amministrativo.

A cura del Museo Civico di Scienze Naturali di Voghera – Matteo Landini

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