Aspetti Geologici e Paleontologici

Girovagando per l’Alta Valle Staffora, anche ad un osservatore distratto, quello che appare subito evidente è l’imponenza delle rocce che affiorano: grandi pareti disposte, talvolta, in strati regolari, talvolta in masse informi. Ciò che colpisce è la durezza di queste rocce: non banchi di terriccio friabile, ma grandi blocchi di marne, calcare o rocce vulcaniche. Percorrendo la Valle Staffora dalla Pianura Padana fino alla zona di Santa Margherita di Staffora appare chiaro questo cambiamento mentre si passa dalla parte bassa a quella alta della Valle; dove le rocce più “morbide” affioranti qua e là lungo i lati della valle, lasciano spazio a pareti interne brulle e ripide. Anche il paesaggio cambia, proprio a causa della modificazione del terreno; la bassa valle è molto più dolce e aperta; nella parte alta, quella occupata dal Comune di Santa Margherita di Staffora per l’appunto, è molto più chiusa e le pareti dei colli sono disposte, in alcuni punti, quasi verticalmente. Ma perchè questa brusca modificazione del terreno e quindi del paesaggio? Semplice, perchè attraversando la Valle Staffora si compie un vero e proprio salto indietro nel tempo: dalla Pianura Padana, ricoperti da terreni molto recenti, si attraversa la zona pedecollinare e collinare, costituita da depositi arini risalenti a epoche diverse dell’Era terziaria (Pliocene, Miocene, Oligocene, Eocene e Paleocene) per arrivare, nella parte alta della Valle, ad attraversare depositi antichi anche più di cento milioni di anni. Anche quest’ultimi sedimenti si formarono in ambiente marino, ma in condizioni molto particolari. Si deve pensare, infatti, che circa 150 milioni di anni fa la placca africana (sostanzialmente quella che ora forma il continente africano) era in deriva verso quella europea (sostanzialmente quella che ora forma il continente europeo), che invece era stabile. L’oceano Ligure-Piemontese che separava queste due zolle risentì molto di questi movimenti. In un primo momento, infatti, si allargò e il suo fondale si “dilatò” al punto tale da lacerarsi; si formarono così vulcani sottomarini che eruttavano lave basiche che col tempo solidificarono formando i depositi basaltici e serpentinitici tipici dell’Appennino. All’inizio del periodo cretaceo questo oceano diventò sempre più grande proprio a causa dell’allontanamento delle due placche, quella africana e quella europea e, sopra ai depositi vulcanici, iniziarono a depositarsi sedimenti di mare molto profondo. A partire dal Cretacico superiore, invece, la placca africana iniziò a muoversi verso quella europea, facendo chiudere il bacino Ligure-Piemontese. Durante questo momento di convergenza sono svariati i depositi che si formarono nel fondo di questo paleo-oceano; così come si formarono i primi corrugamenti del terreno. Nel momento in cui l’Oceano si chiuse avvennero eventi tettonici di grande importanza; le Alpi e gli Appennini iniziarono ad alzarsi fino a raggiungere, nel corso dei milioni di anni il loro aspetto naturale. Anche durante epoche più recenti, per esempio l’Eocene, l’Oligocene o il Miocene le zolle continuarono a muoversi, scivolando una sopra l’altra; e ancor oggi continuano a farlo. La maggior parte dei depositi marini risalenti a quei periodi si originarono a causa di terremoti o frane sottomarine; depositi che andarono via via a ricoprire quelli di mare molto profondo che si erano depositati in precedenza e che ora affiorano, per l’appunto nella zona in questione. in particolare, le rocce che affiorano in quest’area appartengono a diverse formazioni; ognuna con caratteristiche litologiche e deposizionali diverse. Si pensi ad esempio alle Argille a Palombini di Barberino, costituite da un’alternanza di depositi argillosi e di calcari silicei chiari. All’interno di questi depositi, datati come Cretacico inferiore (Aptiano-Albiano, ovvero 114-95 milioni di anni fa), sono inglobati altri tipi di rocce derivanti da grandi frane sottomarine, dovute alle grandi forze originate dalle placche in movimento; si tratta di brecce a matrice argillosa, ofioliti, serpentiniti e addirittura graniti che possono presentare grana media o grossolana e includere, al loro interno, grossi cristalli di feldspato roseo. L’inglobamento di questi litotipi è dovuto verosimilmente all’arrivo nel bacino di sedimentazione di materiali derivanti dallo smantellamento di rughe ofiolitiche e della loro copertura. Questi depositi, infatti, proprio a causa della tettonizzazione subita, non si presentano sempre a strati alternati, ma assumono un aspetto caotico, dovuto proprio alle frane verificatesi durante la convergenza delle due placche tettoniche, ovvero durante l’orogenesi appenninica. essendosi formate a grandi profondità, nel fondo dell’antico oceano, queste rocce non contengono macrofossili, ma solo piccoli fossili visibili al microscopio, come resti di piccole alghe, frammenti di aptici, radiolari…
Nella zona in questione questi sedimenti sono visibili nell’area compresa tra gli abitati di Casanova Staffora e S. Margherita Staffora. Altre formazioni presenti nell’area in studio sono rappresentate ad esempio dalle Arenarie di Scabiazza; depositi costituiti da fitte alternanze di marne, arenarie e argille marnose. Anche se nella zona in questione non sono stati segnalati ritrovamenti di macrofossili in questi sedimenti, è noto che nelle aree circostanti (Val Curone e Val Trebbia) sono stati trovati resti di ammoniti. Tale ritrovamento, oltre a permettere una più certa datazione del deposito, ne conferma l’origine: si tratta infatti di sedimenti marini, originatesi come deposito torbiditico; questo dato è supportato dal fatto che, oltre a resti di animali che vivevano in mare aperto, quali le ammoniti per l’appunto, si associano resti vegetali, chiaro apporto di depositi continentali. Nell’area in questione questo tipo di sedimento affiora nella parte più vicina al torrente Staffora, sia sulla sinistra, ma soprattutto sulla destra orografica dello stesso e nella zona comprendente Cima di Valle Scura, Monte Scaparina e Massinigo. Tali depositi sono datati come Cretacico superiore (Cenomaniano-Turoniano, ovvero 95-88 milioni di anni fa).
Alcuni Autori, per la zona in questione, attribuiscono una dubbia interpretazione a quei depositi che si presentano come alternanze di strati calcareo marnosi e arenacei; dove al loro interno sono comuni impronte fossili, ma anche resti di molluschi inoceramidi. Talvolta, infatti, vengono attribuiti ai Calcari di Monte Cassio, talvolta ai Calcari del Monte Antola; non è ancora del tutto chiara l’attribuzione all’una o all’altra formazione dei depositi affioranti in zona e presentanti simili caratteristiche. In particolare questo tipo di depositi è visibile nella zona di Cegni, sulla sinistra orografica del torrente Staffora e una piccola area prossima all’abitato di S. Margherita Staffora. In ogni caso queste rocce si formarono anch’esse in epoche remote, a partire da circa 85 milioni di anni fa, a causa di grandi frane sottomarine.
Come sopra accennato, i fossili in esse presenti possono essere di due tipi: o resti di gusci di molluschi bivalvi del tipo Inoceramus o impronte lasciate da animali che strisciavano sul fondo dell’oceano. Nel primo caso il fossile è rappresentato da un resto del guscio del mollusco e si presenterà come un’escrescenza della roccia in cui è inglobato. Sarà visibile solo all’occhio più attento, soprattutto se si tratta di un frammento del guscio e non del nicchio (cioè il guscio) intero, sia per la rarità dei ritrovamenti che si possono effettuare sia perché, come nel nostro caso, si presenterà dello stesso colore della roccia che lo ingloba. Nel secondo caso l’osservazione sarà più facile perché questi fossili, dove presenti, si ritrovano in grande quantità.
Questo tipo di impronte è rappresentato dalle piste lasciate da organismi invertebrati che strisciando sul fondo dell’antico oceano lasciarono traccia del loro passaggio. Le impronte più comuni sono sicuramente quelle definite come elmintoidi. Si tratta di piste meandriformi semplici costituite per lo più da numerose anse regolari, parallele e strettamente ravvicinate; i meandri sono larghi da 1 a 3 mm, ma possono arrivare a 1 cm ed essere lunghi fino a 10 cm. Sono tracce di pascolo, cioè lasciate dagli organismi che si spostavano sulla superficie del substrato in cerca di nutrimento. Altre piste che si possono osservare sono caratterizzate da strutture di nutrizione: si tratta di gallerie o edifici creati da animali poco mobili prevalentemente detritivori (soprattutto vermi). In questo caso gli organismi scavavano in tutte le direzioni per cercare i livelli più ricchi di nutrimento e quindi lasciavano delle piste tridimensionali che apparentemente possono sembrare dei resti di vegetali per quanto sono ramificate. Sulla superficie dei depositi che affiorano nella zona in studio si possono trovare altri tipi di piste, lasciate da altri organismi o dagli stessi mentre svolgevano altre attività (riposo, fuga, …); queste tracce però sono molto più rare.

a cura di SIMONA GUIOLI

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